Il ritmo nelle filastrocche

Per tradizione le filastrocche si recitano ritmicamente.

Senza dubbio il ritmo si acquisisce attravesro una esperienza corporea e quello di recitare le filastrocche ritmicamente è un ottimo esercizio.

Bisogna ovviamente iniziare con delle filastrocche che abbiano un ritmo semplice, per passare successivamente a delle filastrocche con ritmo sempre più complesso e divertente.

Ci si può accompagnare con il battito delle mani o con piccoli strumenti a percussioni!
Oppure si puo costruire una base ritmica con la batteria e recitare sopra la filastrocca.

Lo spunto per questa riflessione mi è venuta da una Filastrocca di Monica Bisi, che ringrazio tanto.

La straordinarietà di questa filastrocca è dato dal fatto che il ritmo cambia ogni piccolo frammento(ogni due righe), un ritmo davvero “eccitante”.

La pubblico volentieri quì e presto farò una spiegazione video dettagliata su come recitarla correttamente!.

Il mio gatto è partito
per un lungo viaggio,
non è ancora tornato,
mi ci vuol coraggio.

Lo abbiamo cercato
per mare e per monti,
ma un gatto fa magie,
sa trovare nuovi mondi.

Perciò ora gli mando
questo messaggio,
non perdo la speranza,
ti aspetto, torna a razzo.

Nel frattempo, caro micio,
ti abbraccio forte forte,
fa che tu stia bene,
ti apriamo già le porte.

Ecco la base ritmica, per essere sincronizzati, tieni presente che ogni due righi devi fare una piccola pausa oppure fai attenzione al piccolo rullato per iniziare un nuovo rigo.

Una Viola al Polo Nord

Una viola al polo nord

Una mattina, al Polo Nord, l’orso bianco fiutò nell’aria un odore insolito e lo fece notare all’orsa maggiore (la minore era sua figlia):  Che sia arrivata qualche spedizione?
Furono invece gli orsacchiotti a trovare la viola.

Era una piccola violetta mammola e tremava di freddo, ma continuava coraggiosamente a profumare l’aria, perché quello era il suo dovere.

Mamma, papà, gridarono gli orsacchiotti.
Io l’avevo detto subito che c’era qualcosa di strano, fece osservare per prima cosa l’orso bianco alla famiglia.

E secondo me non è un pesce.
No di sicuro, disse l’orsa maggiore, ma non è nemmeno un uccello.
Hai ragione anche tu, disse l’orso, dopo averci pensato su un bel pezzo.

Prima di sera si sparse per tutto il Polo la notizia: un piccolo, strano essere profumato, di colore violetto, era apparso nel deserto di ghiaccio, si reggeva su una sola zampa e non si muoveva.

A vedere la viola vennero foche e trichechi, vennero dalla Siberia le renne, dall’America i buoi muschiati, e più di lontano ancora volpi bianche, lupi e gazze marine.

Tutti ammiravano il fiore sconosciuto, il suo stelo tremante, tutti aspiravano il suo profumo, ma ne restava sempre abbastanza per quelli che arrivavano ultimi ad annusare, ne restava sempre come prima.
Per mandare tanto profumo, disse una foca, deve avere una riserva sotto il ghiaccio.

Io l’avevo detto subito, esclamò l’orso bianco, che c’era sotto qualcosa.
Non aveva detto proprio così, ma nessuno se ne ricordava.
Un gabbiano, spedito al Sud per raccogliere informazioni, tornò con la notizia che il piccolo essere profumato si chiamava viola e che in certi paesi, laggiù, ce n’erano milioni.

Ne sappiamo quanto prima, osservò la foca.

Com’è che proprio questa viola è arrivata proprio qui? Vi dirò tutto il mio pensiero: mi sento alquanto perplessa.
Come ha detto che si sente? domandò l’orso bianco a sua moglie.
Perplessa. Cioè, non sa che pesci pigliare.

Ecco, esclamò l’orso bianco, proprio quello che penso anch’io.
Quella notte corse per tutto il Polo un pauroso scricchiolio.

I ghiacci eterni tremavano come vetri e in più punti si spaccarono. La violetta mandò un profumo più intenso, come se avesse deciso di sciogliere in una sola volta l’immenso deserto gelato, per trasformarlo in un mare azzurro e caldo, o in un prato di velluto verde.

Lo sforzo la esaurì.

All’alba fu vista appassire, piegarsi sullo stelo, perdere il colore e la vita.
Tradotto nelle nostre parole e nella nostra lingua il suo ultimo pensiero dev’essere stato pressapoco questo:

Ecco, io muoio…
Ma bisognava pure che qualcuno cominciasse…
Un giorno le viole giungeranno qui a milioni.
I ghiacci si scioglieranno, e qui ci saranno isole, case e bambini.

Gianni Rodari

Perché l’esperienza musicale?

Perché l’esperienza musicale?
Spesso mi sono chiesto quale fosse la qualità migliore e più
importante per un musicista.

Percorrendo la mia vita professionale, la risposta è stata
univoca: L’esperienza musicale.
Certo sarebbe stato bello se questa particolare qualità l’avessi
potuto imparare a scuola ma, aimeh, l’esperienza musicale si
fa sulla propria pelle e dopo anni di duro lavoro.

Perché sono arrivato a questa conclusione?

Cosa mi ha convinto in questo senso?

La convinzione è che se avessi avuto l’esperienza musicale di
una vita da musicista, molti errori li avrei potuti evitare e avrei
reso mille volte migliore la mia esperienza musicale.

Adesso ti racconto di alcuni errori che ho fatto e che se avessi
avuto l’esperienza di cui ti parlo non avrei sicuramente fatto.

La mia prima scrittura da percussionista in un’orchestra
professionale è stata per l’esecuzione del settimo concerto
di Petrassi.

Una sinfonia che non presentava grandi difficoltà per la parte
che dovevo realizzare…  suonare una parte marginale di
percussione.

Ebbene, dopo la prima pausa ero completamente nel panico
e mi ero perso completamente, non riuscivo a seguire.

Adesso mi viene da ridere, perché quella parte era davvero
facile vista con gli occhi di ora dopo una vita passata nella
musica e dall’alto della mia esperienza musicale ma…cosa
era successo allora? E qual era stata la difficoltà incontrata?

Semplicemente il brano in questione era con una scrittura
che spesso cambiava tempo, cosa che in qualche modo
avevostudiato con il solfeggio ma che non mi aveva dato la
necessaria preparazione per affrontare quella semplice parte,
dicosemplice perché era davvero così, niente a che vedere
con la complessità ritmica delle partiture di Stravinsky.

A quei tempi, la conoscenza del solfeggio non arrivava a
quella complessità ritmica che mi avrebbe fatto superare
facilmente le partiture di Stravinsky e quelle ancora più
complesse di Messiaen o Boulez.

Dopo quell’esperienza, ho lavorato e studiato per colmare
tale lacuna e devo dire che per me suonare una partitura
con tempi semplici o con tempi complessi come quelli di
Stravinsky è assolutamente naturale anzi, devo dire che
mi trovo quasi meglio nelle partiture ritmicamente complesse.

Che cosa ha fatto la differenza allora?

Semplicemente la preparazione specifica cioè: la

contestualizzazione ovvero l’esperienza pratica di suonare
in un contesto complesso insieme agli altri musicisti.

Che cosa voglio dire con questo!

Semplicemente che…a parte le lacune scolastiche di quei
tempi, il solfeggio è importante ma quello che fa la differenza
è passare dalla teoria di fare il solfeggio all’esecuzione vera
e proprie delle parti reali che esistono nel repertorio
musicale cioè: la contestualizzazione.

Ecco l’insegnamento e cosa mi suggerisce l’esperienza
musicale… studia il solfeggio ma dopo esegui il repertorio
musicale con il tuo strumento il più possibile vario,
abbracciando tutte le varie evoluzioni ritmiche…contestualizza,
cioè fai esperienza musicale o trova qualcuno che ti comunichi
la sua esperienza musicale.

Perché la contestualizzazione è così importante?

Provo a semplificare con questo esempio: Chiunque è in
grado di andare in bici ma, prova a pensare di andare in bici
con altri 20 o altri cento ciclisti.

Ti assicuro per esperienza diretta che, tutto cambia; devi
osservare delle regole rigide, stare attento a chi è davanti,
a chi è dietro, a chi accelera, a chi rallenta a chi deve
mangiare o deve fare il bisognino fisiologico, devi affinare i
tuoi sensi, in poche parole devi stare in una situazione
complessa.

Lo stesso è con la musica, studiare da soli serve fino ad un
certo punto ma contestualmente devi entrare nel
meccanismo complesso della musica cioè fare la musica
insieme con gli altri, un mondo che puoi capire solo
entrandoci dentro.

Questo è quello che ti farà crescere veramente.

M° Giovanni Ferraro